Per valutare il  successo della rigenerazione di un territorio bisogna guardare al risultato raggiunto: riqualificazione dell’area con conseguente miglioramento della vita di coloro che vi abitano. 

Questa perfetta corrispondenza di risultati, nella realtà dei fatti, raramente si verifica.  Molto spesso si vende per rigenerazione territoriale ciò che più correttamente andrebbe definito come rinnovamento territoriale, ossia un processo di riqualificazione “fisica” del territorio.

La rigenerazione territoriale è, invece, un concetto più complesso ed articolato che comporta una visione globale ed integrata poiché non riguarda esclusivamente la rigenerazione fisica degli spazi, ma partendo dalla bonifica e dal miglioramento degli aspetti ambientali dei luoghi li trasforma in strumenti funzionalmente diretti a risolvere anche i problemi sociali ed economici delle persone che li abitano. 

Potremmo dire che la  rigenerazione territoriale ha una visione ed un obiettivo filantropico, mentre il rinnovamento territoriale ha una visione più ristretta diretta al soddisfacimento di bisogni che hanno natura chiaramente individualista. 

Come dev’essere una rigenerazione di successo? 

La rigenerazione territoriale dev’essere una macchina produttrice di opportunità con un primo obiettivo corale: coinvolgimento dei residenti locali per promuovere sensibilità ed attaccamento.

Le persone che abitano un territorio non devono essere  viste come qualcosa da gestire, ma devono essere attori protagonisti. Bisogna partire dai loro bisogni e necessità. Occorre verificare preliminarmente quali siano le priorità della popolazione locale, dopodiché si potranno sviluppare idee progettuali e servizi alla comunità. Non il contrario. 

Un buon programma di rigenerazione inizia con il rispetto e recupero filologico di ciò che esiste già, che si tratti di persone, paesaggi o edifici.

Se si crea un senso significativo del luogo, le persone se ne prenderanno cura assumendosene anche la paternità e questo porterà ad un autentico e duraturo sviluppo locale sia economico che sociale e culturale.

Partendo dall’analisi dei bisogni devono essere successivamente attivate tutte quelle buone pratiche che portano ad una utile riqualificazione: dall’investimento nelle infrastrutture e nei trasporti alla valorizzazione del patrimonio culturale, dal miglioramento abitativo e dei servizi pubblici, e così via. 

Gli eventi di questi ultimi anni, caratterizzati dalla Pandemia, avevano indicato la strada giusta da percorrere suggerendo una rigenerazione che tenesse conto anche delle situazioni di densificazione e intensificazione dei luoghi, una diversa valorizzazione dei servizi ecosistemici e interscambio tra le città e le aree rurali.   

Ma qualcosa è andato storto. Molti finanziamenti ed energie private si stanno perdendo nei rivoli della disconnessione semantica della progettazione veloce e senza scopo. E, così ad esempio, la sperata risoluzione del problema dello spopolamento dei paesi si è tradotta nella resurrezione e rigenerazione di pochissimi Borghi che sono stati accarezzati dalla bacchetta magica della fata fortuna dimenticando, però, che un solo castello non potrà mai salvare l’intero reame.

Anche in questi casi una proficua rigenerazione impone di valorizzare filologicamente l’esistente in funzione delle opportunità che si possono innescare per le persone che li abitano. Per accompagnare ciò che è stato creato dall’uomo o che madre natura ci ha donato devono essere realizzate tutte quelle infrastrutture indispensabili affinché si possa arrivare ad avere un reale e lungo sviluppo locale e non semplicemente una “prima pagina” che dura il tempo di una  sola lettura.  

Invece si assiste a voli pindarici per inventarsi cose avulse che non hanno nulla in comune con la vocazione dei luoghi e delle comunità. Tentativi di progetti di rigenerazione che  si trasformano in degenerazione territoriale che avranno, probabilmente, una vita legata a qualche stagione per essere poi messe nel dimenticatoio del déja vu o della insostenibilità dei costi di gestione. 

C’è stato un tempo in cui per due estati hanno navigato i greci in un meraviglioso lago che è stato “lacerato” per far in modo che la barca potesse ormeggiare al cospetto di un grande anfiteatro di cemento che è riuscito ad accogliere pochi curiosi ed, oggi, solitario assiste all’unico spettacolo della desolazione ed invoca una nuova rigenerazione visto che la prima è naufragata con la barca.

Per le città, invece, la rigenerazione è pensata come riqualificazione delle periferie e dei centri storici, riconversione di edifici, bonifiche, viabilità innovativa tutto immaginato in un’ottica di sostenibilità ambientale e densificazione ispirata ai nuovi e moderni parametri delle smart cities.  

Ma la riqualificazione ha una natura complessa, non è semplicemente un progetto tecnico ed innovativo. E’ una filosofia di vita, una predisposizione caratteriale. Implica lungimiranza, altruismo, coralità, generosità, competenze, condivisione, bellezza, conservazione, rappresentazione e fusione del territorio con le persone e viceversa.

Trovare amministratori e tecnici che condividano tutte queste caratteristiche non è affatto semplice. Forse per questo motivo buona parte dei progetti di rigenerazione sono destinati a trasformarsi in degenerazione territoriale.

Ed, allora, ci consoliamo guardando gli esempi di rara bellezza che ci vengono presentati con un foglio traslucido. Ignorando che dietro l’apparente riproduzione di bellezza si nascondono le ombre di comunità insoddisfatte. 

 

Linkografia 

La riqualificazione urbana tra etica e nuove soluzioni

Rigenerazione Territoriale Innovativa: la prima guida italiana alla rigenerazione territoriale

Fare e disfare i luoghi: storie di displacement e placemaking

Sviluppo immobiliare e rigenerazione urbana perche alcuni progetti hanno successo e altri falliscono.

 

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