Plant Design

Era il 1985 quando Harriet Feigenbaum, impegnata in opere di ridefinizione del paesaggio, piantava in Pennsylvania, su un’area deturpata da una miniera a cielo aperto di sei ettari, alberi di salici disponendoli in tre cerchi seguendo la conformazione concava dello stagno formato dal deflusso delle acque di raccolta della polvere di carbone. 

L’obiettivo dell’opera, chiamata Erosion and sedimentation plan for red ash and coal silt area-Willow rings, era quello di tentare di rigenerare un equilibrio tra uomo e natura, trasformando un’area degradata in paesaggio. 

Nel corso del tempo, con l’industrializzazione e l’espansione urbana incontrollata, senza quasi neanche accorgercene abbiamo cacciato la natura dai nostri quartieri e dalle nostre città. 

La natura maltrattata ad un certo punto ha cominiciato a manifestare la sua avversità e il tema ecologico e del recupero della bellezza naturale è diventato centrale in ogni discussione. 

Che ruolo hanno nella progettazione degli spazi verdi urbani l’architetto del paesaggio e il plant designer? E quali sono le loro competenze?

L’architetto paesaggista è un professionista laureato in architettura con una specializzazione in architettura paesaggistica. Normalmente oltre a progettare giardini, parchi ed aree verdi, valuta anche, avendone le competenze, l’impatto ambientale dei suoi progetti e gestisce la ristrutturazione di siti architettonici e giardini storici.

Il plant designer, invece, cerca con il suo lavoro di valorizzare le risorse del territorio da un punto di vista soprattutto estetico ed avendo riguardo alla sostenibilità dei materiali impiegati.

Entrambe le figure svolgono un ruolo importante, ossia quello di riportare o riqualificare il verde all’interno dei contesti urbani contribuendo a rispondere ad  un’esigenza che non è soltanto estetica e di decoro, ma mai come in questi tempi risponde al bisogno vitale di ristabilire un equilibrio fra ciò che ha creato l’uomo e ciò che la natura è in grado di correggere.

Alberi e piante che si scoprono attori protagonisti per mitigare gli effetti dell’inquinamento ambientale e dei cambiamenti climatici.

Architetti del paesaggio e plant designer propongono tante soluzioni per soddisfare queste necessità dalle più semplici alle più scenografiche. 

Si inizia con i famosi “giardini verticali” che oltre a poter rappresentare esempi d’arte ambientale pare che abbiano molti benefici per la qualità della vita nelle città.

Secondo uno studio condotto dall’Università di Plymouth, nel Regno Unito, il verde dei giardini verticali sarebbe in grado di abbattere la CO2 assorbendo l’anidride carbonica dall’atmosfera e restituendo ossigeno in modo da rendere l’aria più pulita. 

Inoltre, le piante possono contrastare il fenomeno dell’isola di calore, riuscendo ad assorbire il 50% della luce e riflettendo il 30% mantenendo, cosi, più fresco un edificio durante l’estate e più caldo in inverno con un notevole risparmio sulla spesa di riscaldamento o raffreddamento. 

Altri vantaggi sarebbero quelli del parziale assorbimento dell’inquinamento acustico e un migliore drenaggio dell’acqua piovana, che aiuterebbe a prevenire gli allagamenti stradali facendo defluire l’acqua più lentamente. 

Tra i designer del paesaggio non tutti sono d’accordo. A tal proposito Cassian Schmidt, considerato tra i maggiori architetti del paesaggio, in occasione dell’edizione del 2022 del Landscape Festival, evento internazionale dedicato alla promozione della cultura del paesaggio che si svolge a Bergamo, ha dichiarato che: ” … seppur molto interessanti, progetti come il Bosco Verticale di Milano non possono rappresentare un modello, perché hanno costi di manutenzione elevati e per funzionare si basano su meccanismi molto complessi e delicati”.

Alla domanda: “Che ruolo hanno gli architetti del paesaggio e i plant designer?” ha risposto:  “Direi un ruolo cruciale. In questa fase siamo protagonisti, perché le aree verdi possono giocare un ruolo importante per ridurre gli effetti del cambiamento climatico. In particolare il verde urbano può compensare l’impatto delle cosiddette isole di calore urbane. 

Grazie agli alberi, arbusti ed erba in un giorno di sole l’effetto si può ridurre anche di 10 gradi, mitigando anche le temperature medie notturne. A questo scopo sono importanti gli alberi, perché fanno ombra, ma anche tutto ciò che è a livello del terreno perché concorre ad assorbire le sostanze inquinanti. C’è poi il tema della biodiversità urbana, che è paradossalmente maggiore di quella delle aree coltivate: va dato risalto a quest’aspetto. 

In ambiente urbano parlare di plant design è riduttivo: si tratta di ingegneria verde, che dev’essere intelligente, tecnica ed ecologica … Io credo che nei prossimi anni il ripensamento delle città passerà da soluzioni tecnologicamente evolute al servizio del verde urbano. 

Penso ai giardini e ai manti erbosi sui tetti, soluzioni percorribili anche in italia, non certo nei centri storici ma in aree più industrializzate. La chiave, però, sarà la sostenibilità in termini di consumo di risorse idriche e di costi di manutenzione … I parchi devono essere flessibili, privi di troppe strutture che ne vincolano il funzionamento, progettati per durare secoli, non anni”. (Fonte:The Good Life)

Altri architetti propongono l’idea di “città selvatica ”. Nel libro Città selvatica. Paesaggi urbani contemporanei si parla della città attraverso la natura. Non più parco o giardino, né terzo paesaggio, né campagna urbana, la natura di cui parlano le autrici Annalisa Metta e Maria Livia Olivetti, oltre agli altri autori del volume, ha una forma diversa e, per questo, va indagata. 

Ecosistemi selvatici e porzioni di natura brada sono sempre più frequenti nelle città europee contemporanee. Si diffondono piante invasive, che turbano il nostro sovranismo etnobotanico. Fitti brani di giungla prendono possesso dei parchi, così come dei tetti e delle facciate degli edifici più alla moda. Le città tendono a inselvatichirsi per le ragioni più diverse. 

Talvolta accade per effetto della latitanza di cura e progetto. Talvolta è invece per intenzione e lo spazio urbano diventa il campo di un rapporto tendenzialmente più mutualistico tra le società post-industriali e ciò che ci si ostina a chiamare “natura”. 

In questo scenario, il progetto ricorre al selvatico per rigenerare aree in abbandono, progettare infrastrutture sostenibili, rivitalizzare spazi pubblici di pregio, migliorare l’impronta ecologica di nuovi insediamenti, suggerire nuove pratiche e rituali sociali, soddisfare il “desiderio di natura” degli abitanti. 

Questo libro da un lato esplora il valore proattivo dei paesaggi selvatici per migliorare la qualità urbana; dall’altro, si interroga sui rischi del selvatico come strumento di pratiche e politiche di verdolatria consensuale a buon mercato. (Descrizione: IBS.It)

La città selvatica è una città che si predispone ad accogliere pratiche mutevoli in cui umano e natura partecipano insieme ad un processo di continua riscrittura delle reciproche forme di convivenza.

La ricerca di una soluzione di vita più rispettosa e disponibile nei confronti della natura è oggi una necessità presente nei programmi di molte amministrazioni pubbliche.

Oggi c’è la possibilità di simulare gli ambienti in cui le piante possono crescere e acquisire e raccogliere dati. 

La tecnologia guida lo sviluppo di strumenti a supporto della tutela, monitoraggio e manutenzione delle piante per promuovere una missione che dovrà essere quella di rispetto della natura soprattutto nell’interesse dell’uomo. La Terra continuerà sempre ad esistere adattandosi ai mutamenti. Chi potrebbe scomparire o vivere male è l’essere umano.

Abbiamo cambiato la realtà, abbiamo cambiato l’era, l’Antropocene ci lega direttamente alla natura. Se non avremo sufficiente umiltà da accettarlo, continueremo a credere di essere estranei alla natura e di poterla dominare, sino a spazzarla via. Se riconosceremo di essere alla fine della catena che ci lega alla natura, potremo collaborare e condividere la via con essa, Gilles Clément.

Linkografia

The Good Life Italia Cassian Schmidt: La natura niente di più niente di meno

La città selvatica. Paesaggi urbani contemporanei

Il Digital Twin delle infrastrutture naturali

La saggezza del giardiniere applicata alla riqualificazione innovativa del verde pubblico 

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