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	<title>rigenerazione territoriale Archives - Geolander</title>
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	<description>Invisible data, visible decisions.</description>
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	<title>rigenerazione territoriale Archives - Geolander</title>
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	<item>
		<title>Banda ultra larga in Italia e geomapping nelle aree bianche</title>
		<link>http://geolander.it/geomapping-e-connettivita-a-banda-ultra-larga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Franc Arleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2023 13:38:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geoculture]]></category>
		<category><![CDATA[banda ultra larga]]></category>
		<category><![CDATA[FTTH]]></category>
		<category><![CDATA[geomapping]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione territoriale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando pensiamo alle infrastrutture tendiamo a volgere lo sguardo verso strade, ponti, ferrovie dimenticando che dagli anni ‘90 in poi abbiamo avuto e abbiamo a che fare con le cosiddette&nbsp; autostrade digitali ovvero quelle infrastrutture in cui viaggiano dati, informazione e comunicazione.</p>



<p>Da quegli anni in poi si è posto il problema di uniformare, come per le altre infrastrutture, i paesi e l’accessibilità diminuendo il cosiddetto Digital Divide culturale e infrastrutturale.&nbsp;</p>



<p>Da una parte il tentativo di fare crescere l’educazione al digitale dall’altra la costruzione di accessibilità fisica alle tecnologie di rete.&nbsp;</p>



<p>La pandemia da Covid, in questi ultimi anni, ci ha bruscamente ricordato che essere connessi non basta, bisogna esserlo in modo ottimale al fine di poter continuare ogni attività di comunicazione, educazione e lavoro.</p>



<p>Il Covid ha accelerato, così, processi che erano già in corso.&nbsp;</p>



<p>Oggi sono riconosciute come attività ordinarie la didattica a distanza, lo smart working, la telemedicina, la digitalizzazione dei servizi pubblici. Cambiamenti che hanno migliorato, nel concreto, la vita delle persone, delle imprese e la gestione dei territori.</p>



<p>Queste opportunità per essere davvero tali devono essere appannaggio di tutti.&nbsp;</p>



<p>Il problema dell’uguaglianza digitale, intesa anche come pari opportunità di accesso alle infrastrutture che consentono una connessione Internet ad alta velocità è un problema ancora attuale.</p>



<p>Esiste un’Italia divisa in mille pezzettini, non tutti i territori hanno una copertura di <strong>rete a banda larga in fibra ottica </strong>che consente connessioni veloci.&nbsp;</p>



<p>Ad essere penalizzate sono soprattutto le cosiddette ‘aree bianche’.&nbsp;<img decoding="async" class="wp-image-7018" style="width: 730px;" src="http://geolander.it/wp-content/uploads/2023/05/valentin-lacoste-jNSJE8dMro0-unsplash-scaled.jpg" alt="banda"></p>



<p><strong>Ma cosa sono le aree bianche e quali altri tipi di aree esistono?&nbsp;</strong></p>



<p>La definizione di area bianca è stata indicata per la prima volta nel 2013 dalle Guideline della Commissione Europea in contrapposizione alle aree grigie e nere.&nbsp;</p>



<p>Un’<em><strong>area bianca</strong></em> è una zona territoriale a bassa densità abitativa e in cui non sono presenti operatori privati interessati a realizzare connessioni BUL (Banda Ultra Larga) e ciò richiede un intervento mirato dello Stato e la realizzazione di mapping e sopralluoghi tecnici molto avanzati.&nbsp;</p>



<p>Per <em><strong>area grigia</strong> </em>s&#8217;intende, invece, una zona in cui è presente un solo operatore di rete e c’è un basso interesse di altri operatori ad entrare, mentre un’<em><strong>area nera</strong> </em>è un’area ad alta densità operativa in cui è presente una infrastruttura di rete e più operatori attivi.&nbsp;</p>



<p>Lo Stato italiano, al fine di eliminare il divario fra queste aree, è intervenuto economicamente per attivare la banda ultra larga sull’intero territorio nazionale ed in particolare nelle aree bianche.&nbsp;</p>



<p>Bisogna considerare che una zona coperta da cavi non sempre è garanzia di qualità di connessione che dipende da ciò che si trova nell’ultimo miglio che separa l’abitazione dalla centrale telefonica.</p>



<p>Questo collegamento per lungo tempo è stato garantito dal doppino di rame, lo stesso utilizzato per l’uso del telefono, ma&nbsp;con l’arrivo delle trasmissioni su banda ultra larga questo tratto è diventato il cono di bottiglia e si è trasformato in problema.</p>



<p>Per superare l’ostacolo si è capito che era necessario adottare infrastrutture che escludono le linee in rame, condizionate da problemi quali la distanza e le interferenze elettromagnetiche, in favore dell’utilizzo della fibra dalla centrale fino a casa dell’utente, ossia la cosiddetta <strong>FTTH</strong> (Fiber to the Home<em>)</em>.</p>



<p>Una rete in fibra mista rame <strong>FTTC</strong> (Fiber To The Cabinet) dove la fibra ottica viene usata dalla centrale stradale per poi continuare con il cavo in rame riesce, difatti, a navigare con prestazioni inferiori rispetto ad una rete FTTH dove il collegamento, realizzato senza filo di rame, è direttamente con l’unità immobiliare.</p>



<p><img decoding="async" class="wp-image-7014" style="width: 730px;" src="http://geolander.it/wp-content/uploads/2023/05/dennis-brekke-Z0tB7Rr4xx4-unsplash-scaled.jpg" alt="fibra ottica"></p>



<p><strong>Cos’è e come funziona la tecnologia a banda ultra larga FTTH?</strong></p>



<p>La tecnologia FTTH è un tipo di connessione a banda larga che utilizza la fibra ottica per collegare direttamente i POP o punti di presenza, siti nelle centrali di telecomunicazioni, alle unità immobiliari degli utenti finali.</p>



<p>La connessione in fibra ottica, rispetto al sistema dei cavi in rame, come ad esempio l’ADSL, arriva direttamente all’edificio dell’utente, ciò vuol dire una connessione Internet molto più veloce ed affidabile e possibilità di trasmettere una grande quantità di dati ad una velocità molto elevata.</p>



<p>La fibra ottica FTTH attualmente ha una copertura più limitata del territorio nazionale per la difficoltà di collegare fisicamente ogni singola unità immobiliare alla rete tramite un cavo di fibra. <strong>Da qui la necessità di conoscere esattamente durante la messa a dimora della fibra i numeri civici esatti che corrispondono ed identificano le singole unità abitative o lavorative per collegare direttamente i cavi.</strong></p>



<p><strong>Ma come si ottiene un mapping esatto dei numeri civici finalizzati alla connettività?&nbsp;</strong></p>



<p>Come <a href="http://geolander.it/chi-siamo/">Geolander.it</a> siamo impegnati da molti anni nel costruire <strong>geomapping</strong> e <strong>3D real capturing</strong> con sistemi avanzati finalizzati a realizzare ‘digital twin o gemelli digitali’ sia per operatori pubblici sia per organizzazioni private che forniscono interventi infrastrutturali o di servizio agli enti pubblici.&nbsp;</p>



<p>Per quanto concerne la banda ultra larga il compito di Geolander.it è quello di mappare in modo organizzato, programmatico e ad altissima precisione le aree interessate da interventi di connettività.&nbsp;</p>



<p>Questo tipo di <strong><em>Geomapping 3D</em></strong> ha quattro diverse finalità:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>ridurre i tempi di sopralluogo e messa a dimora dell’infrastruttura di rete;</li>



<li>diminuire i costi per l’individuazione manuale dei numeri civici;</li>



<li>favorire una trasparenza nei processi di monitoring a distanza dei lavori;</li>



<li>aumentare il grado di condivisione fra tutti gli attori coinvolti nei progetti.</li>
</ul>



<p>Avere un territorio georeferenziato significa fornire a tutti gli operatori dati corretti, aggiornati, certi ed autorevoli ed in questo caso necessari per poter contribuire concretamente all’uguaglianza digitale dei cittadini e delle imprese.</p>



<p><strong>Linkografia</strong></p>



<p><a href="http://geolander.it/perche-mappare-i-numeri-civici/">Cosa sono i numeri civici georeferenziati | Geolander.it</a></p>



<p><a href="https://openfiber.it/piano-copertura/informazioni-generali/">La banda ultra larga nelle Aree Bianche: il piano lavori (openfiber.it)</a></p>
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		<item>
		<title>Geodesign</title>
		<link>http://geolander.it/geodesign/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonietta Latronico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Aug 2022 06:33:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geoculture]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura organica]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Steinitz]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Kaufmann]]></category>
		<category><![CDATA[digital twin]]></category>
		<category><![CDATA[esri]]></category>
		<category><![CDATA[GIS]]></category>
		<category><![CDATA[Jak Dangermond]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione territoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Geodesign è un processo collaborativo di pianificazione territoriale che applica un approccio sistemico alla creazione di scenari alternativi di sviluppo, guidato dalla conoscenza geografica del contesto e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Il Geodesign è un processo collaborativo di pianificazione territoriale che applica un approccio sistemico alla creazione di scenari alternativi di sviluppo, guidato dalla conoscenza geografica del contesto e costantemente supportato da tecnologie digitali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’approccio del Geodesign alla risoluzione dei problemi legati allo sviluppo fisico del territorio è di tipo olistico, collaborativo, creativo e partecipativo e si realizza con l’integrazione di metodi, tecniche e strumenti delle scienze dell’informazione e degli obiettivi di tutti gli attori locali coinvolti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le origini di questo approccio metodologico possono essere rinvenute negli studi condotti intorno agli anni ‘30 dall’architetto americano </span><b>Frank Lloyd Wright </b><span style="font-weight: 400;">per il quale la natura non è soltanto un dato di fatto, ma un importante punto di riferimento da cui deve partire la progettazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Esempio del pensiero di Wright &#8211; unione perfetta dell’architettura con l’ambiente circostante &#8211; è la sua Casa sulla Cascata, meglio conosciuta come la </span><b>Casa Kaufmann</b><span style="font-weight: 400;">, costruita tra il 1936 e il 1939 sul ruscello Bear Run nei pressi di Mill Run in Pennsylvania e inclusa, dal 2019, tra i patrimoni dell’umanità UNESCO.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel suo progetto Wright cercò di imitare e piegare l’architettura alla natura del luogo fondendo i materiali naturali, reperiti sul posto, con una moderna tecnologia espressiva. Risultato pratico è stato ed è la perfetta integrazione della casa con l’ambiente naturale. La struttura dell’abitazione riproduce, ancor oggi, senza alcuna distorsione l’habitat in cui è situata: dalla stratificazione del terreno alla cascata sottostante ai suoi salti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Successivamente, l’architetto paesaggista </span><b>Ian L. McHarg </b><span style="font-weight: 400;">nel 1969 iniziò ad approcciarsi al Geodesign e pubblicò “Design with Nature” contenente il suo metodo rivoluzionario di progettazione che avrebbe posto, poi, le basi per lo sviluppo dei GIS (Sistemi Informativi Territoriali).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Più precisamente, McHarg servendosi di layers informativi disegnati su fogli da lucido stratificò una serie di mappe ognuna delle quali conteneva diversi elementi del luogo quali idrologia, tipo di suolo, topografia e vegetazione.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La sovrapposizione dei dati, l’aspetto visivo e l’integrazione delle molteplici informazioni territoriali introdusse una metodologia che permise all’architetto di ricavare una serie di elementi e informazioni utili per assumere le decisioni di progettazione più opportune.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I lavori di Ian L. McHarg furono fonte d’ispirazione per l’ingegnere ambientale </span><b>Jack Dangermond</b><span style="font-weight: 400;"> che, nello stesso anno in cui l&#8217;architetto pubblicava il suo lavoro, fondava </span><b>Esri</b><span style="font-weight: 400;"> e creava la sua “The Science of Where” intuendo l’enorme valore dei dati geografici e la loro capacità d’impattare in maniera potente sul mondo grazie alla loro abilità di cambiare l’approccio all’architettura del paesaggio, alla pianificazione ambientale ed umana in termini di sostenibilità per rendere le nostre vite infinitamente più semplici e sicure.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Attraverso il lavoro di J. Dangermond, il professore </span><b>Carl Steinitz</b><span style="font-weight: 400;"> ha poi formalizzato (2012) un completo quadro di riferimento metodologico il cosiddetto </span><b>Geodesign Framework</b><span style="font-weight: 400;"> (GDF) finalizzato ad identificare le possibili trasformazioni future di un territorio in funzione delle dinamiche in esso in atto. </span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">Il </span><b>GDF</b><span style="font-weight: 400;"> di Steinitz si articola in sei modelli e sei domande fondamentali. </span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">I primi tre modelli hanno lo scopo di descrivere le attuali condizioni dell’area di studio e le domande riguardano il suo passato e presente. Gli ultimi tre modelli hanno, invece, lo scopo di individuare il modo in cui il territorio potrebbe evolvere a seguito del piano. Le domande definiscono, pertanto, il futuro del luogo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel dettaglio:</span><b></b></p>
<p><b>1. Representation Model </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Analisi approfondita del contesto territoriale. La domanda è: come deve essere descritto lo stato del luogo?</span><b></b></p>
<p><b>2. Process Model </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lettura critica dei processi di trasformazione in atto. La domanda è: come funziona/funziona il posto?</span><b></b></p>
<p><b>3. Evaluation Model </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Valutazione delle sue peculiarità, dei suoi punti di forza e di debolezza. La domanda è: il posto attualmente funziona/funziona bene?</span><b></b></p>
<p><b>4. Change Model </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Progettazione di scenari alternativi di sviluppo. La domanda è: come potrebbe essere alterato o cambiato il luogo?</span></p>
<p><strong>5. I</strong><b>mpact Model </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Valutazione dei loro impatti. La domanda è: quali differenze potrebbe causare il cambiamento?</span><b></b></p>
<p><b>6. Decision Model </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La scelta dell’alternativa che meglio concilia gli obiettivi di sviluppo con quelli di salvaguardia dell’ambiente naturale. La domanda è: come dovrebbe essere cambiato il posto? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le risposte alle domande sono correlate tra loro e si basano sulla domanda precedente. Ogni risposta contribuisce, quindi, alla domanda successiva. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sulla copertina del suo libro “</span><b>A Framwork for Geodesign</b><span style="font-weight: 400;">” il Geodesign è ritratto da Steinitz come un diagramma di Venn. </span></p>
<blockquote><p>Ciò vuol dire che per avere una visione olistica del contesto territoriale uno studio di Geodesign dev’essere condotto da un team multidisciplinare costituito da decisori, tecnici del design, esperti in scienze geografiche e dell’informazione, dalle persone del luogo.</p></blockquote>
<h4><span style="font-weight: 400;">Il Geodesign è un processo che colma il divario tra scienza e design. </span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">Difatti, nelle fasi di progettazione, il processo di apprendimento e concertazione tra decisori, tecnici e portatori di interesse è semplificato dall’utilizzo di strumenti di visualizzazione, modellazione e simulazione degli impatti mutuati dalle scienze dell’informazione geografica. Quindi  sia la prospettiva GIS che quella del design diventano cruciali per passare a soluzioni più sostenibili per il territorio e per le comunità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questi tempi di cambiamenti climatici e transizione ecologica, di esurimento del suolo, di finte rigenerazioni territoriali, di Piani di Resilienza per la riqualificazione delle nostre città, la necessità di avere a disposizione soluzioni intelligenti ed efficaci per la progettazione di territori sostenibili e resilienti è diventata sempre più stringente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ evidente che nessuna pianificazione potrà essere mai essere efficiente e lungimirante  se non si ha un’accurata conoscenza del territorio e dei suoi sistemi. L’applicazione del Geodesign e della sua metodologia olistica basata su dati geografici integrati può essere la risposta più appropriata considerate le innovazioni e gli sviluppi nelle tecnologie digitali per l&#8217;informazione e comunicazione che mettono a disposizione dati e strumenti di elaborazione sempre più sofisticati ed attendibili.</span></p>
<h4><b>Come si articola la metodologia del Geodesign?</b></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo detto che il Geodesign è una metodologia che guida e supporta il processo di pianificazione e progettazione suddividendolo su due fasi operative dove la prima fase, che comprende il quadro conoscitivo geografico o la conoscenza territoriale, informa la seconda fase che prevede il processo decisionale collaborato e partecipato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Definita l’area di studio e le relative problematiche si procede all’inquadramento geografico e territoriale del sito d’interesse in modo sistemico con il supporto di software GIS e/o altri sistemi tradizionali. Tale fase si conclude con la redazione di una serie di mappe digitali di valutazione di ogni sistema che rappresentano lo stato di fatto dell’area e la sua operabilità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo risultato intermedio costituisce il piano di lavoro sia per i tecnici che per i cittadini.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La seconda fase prevede il coinvolgimento e la concertazione attiva dei vari attori locali, i quali pianificano le strategie del piano di sviluppo tramite un processo interattivo di fasi di collaborazione e negoziazione. Questa fase può prevedere un numero variabile di partecipanti aventi profili differenti: ricercatori, tecnici settoriali, designers, progettisti, imprenditori, economi, ambientalisti, funzionari della pubblica amministrazione, decision-makers e cittadini. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il prodotto finale della collaborazione è un dato, una strategia di piano creata in forma mappale digitale ulteriormente lavorabile, composta da più file vettoriali associati a relative informazioni tabellari, con dati qualitativi e quantitativi.  Oppure attraverso l’accesso ad un vero e proprio </span><b>Digital Twin </b><span style="font-weight: 400;">o Gemello digitale navigabile del territorio. </span></p>
<h4><b>Quali sono i vantaggi che nel concreto offre il Geodesign allo sviluppo territoriale?</b></h4>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Utilizzo di dati attuali e costantemente lavorabili per pianificare sviluppi futuri dell’area.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Dettagliata, sistemica ed integrata analisi e conoscenza geografica che deve precedere ogni inizio di progetto.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Visione olistica e sistemica dei processi di pianificazione che consente la co-creazione di una strategia iniziale di sviluppo che prevede il coinvolgimento attivo e condiviso dei cittadini sulla direzione di programmazione del territorio con conseguente creazione di un rapporto di fiducia tra gli stessi e i decisori e deresponsabilizzazione di quest’ultimi sulle decisioni condivise.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Utilizzo di un linguaggio comune che agevola la collaborazione e velocizza i tempi procedurali con conseguente riduzione dei costi dell’intero processo.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Elevata flessibilità, in fase di applicazione la metodologia del Geodesign può essere personalizzata e configurata in accordo con le particolarità e complessità del progetto.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Collaborazione ed interoperabilità tra i diversi stakeholders: le fasi della negoziazione vengono visualizzate su cartografia digitale ed assistite dalla tecnologia a sostituzione di una concertazione orale spesso lunga e macchinosa.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Creazione di scenari alternativi di sviluppo e integrazione di obiettivi a breve termine con quelli a lungo termine.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">Progettare la modifica di uno spazio fisico, immaginare la riqualificazione di un territorio, programmare la pianificazione di un quartiere di una città non è un’attività che può essere svolta in maniera asettica e distaccata dal tavolo di un singolo decisorio che non conosce la geografia del luogo e i bisogni delle comunità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il Geodesign ci fa capire che per programmare e pianificare un’area occorre un’attività collaborativa e multidisciplinare  che abbia una perfetta conoscenza del territorio e sia capace di utilizzare la tecnologia per reperire tutte quelle informazioni che facilitano e rendono proficuo il lavoro svolto da tutti gli attori coinvolti nel processo di rigenerazione al fine di trarne quei benefici concreti di cui parla Steinitz nel suo libro.</span></p>
<p><b>Linkografia</b></p>
<p><a href="https://www.artesvelata.it/casa-cascata-wright/"><span style="font-weight: 400;">La casa sulla cascata</span></a></p>
<p><a href="http://geolander.it/jack-dangermond/"><span style="font-weight: 400;">Chi è Jack Dangermond e perchè è più importante di Elon Musk e Steve Jobs messi insieme</span></a></p>
<p><a href="https://www.esri.com/en-us/esri-press/browse/a-framework-for-geodesign-changing-geography-by-design"><span style="font-weight: 400;">A Framework for Geodesign</span></a></p>
<p><a href="http://geolander.it/guida-rigenerazione-territoriale-innovativa/"><span style="font-weight: 400;">Rigenerazione territoriale innovativa</span></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La degenerazione territoriale</title>
		<link>http://geolander.it/la-degenerazione-territoriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonietta Latronico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2022 15:49:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geoculture]]></category>
		<category><![CDATA[borghi]]></category>
		<category><![CDATA[real estate]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione immobiliare]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione territoriale]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione urbana]]></category>
		<category><![CDATA[spopolamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per valutare il  successo della rigenerazione di un territorio bisogna guardare al risultato raggiunto: riqualificazione dell’area con conseguente miglioramento della vita di coloro che vi abitano.  Questa perfetta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Per valutare il  successo della <strong>rigenerazione</strong> di un territorio bisogna guardare al risultato raggiunto: riqualificazione dell’area con conseguente miglioramento della vita di coloro che vi abitano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa perfetta corrispondenza di risultati, nella realtà dei fatti, raramente si verifica.  Molto spesso si vende per rigenerazione territoriale ciò che più correttamente andrebbe definito come </span><b>rinnovamento </b><span style="font-weight: 400;">territoriale, ossia un processo di riqualificazione “fisica” del territorio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rigenerazione territoriale è, invece, un concetto più complesso ed articolato che comporta una visione globale ed integrata poiché non riguarda esclusivamente la rigenerazione fisica degli spazi, ma partendo dalla bonifica e dal miglioramento degli aspetti ambientali dei luoghi li trasforma in strumenti funzionalmente diretti a risolvere anche i problemi sociali ed economici delle persone che li abitano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Potremmo dire che la  rigenerazione territoriale ha una visione ed un obiettivo filantropico, mentre il rinnovamento territoriale ha una visione più ristretta diretta al soddisfacimento di bisogni che hanno natura chiaramente individualista. </span></p>
<p><b>Come dev’essere una rigenerazione di successo? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rigenerazione territoriale dev’essere una macchina produttrice di opportunità con un primo obiettivo corale: coinvolgimento dei residenti locali per promuovere sensibilità ed attaccamento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le persone che abitano un territorio non devono essere  viste come qualcosa da gestire, ma devono essere attori protagonisti. Bisogna partire dai loro bisogni e necessità. Occorre verificare preliminarmente quali siano le priorità della popolazione locale, dopodiché si potranno sviluppare idee progettuali e servizi alla comunità. Non il contrario. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un buon programma di rigenerazione inizia con il rispetto e recupero filologico di ciò che esiste già, che si tratti di persone, paesaggi o edifici.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se si crea un senso significativo del luogo, le persone se ne prenderanno cura assumendosene anche la paternità e questo porterà ad un autentico e duraturo sviluppo locale sia economico che sociale e culturale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Partendo dall’analisi dei bisogni devono essere successivamente attivate tutte quelle buone pratiche che portano ad una utile riqualificazione: dall’investimento nelle infrastrutture e nei trasporti alla valorizzazione del patrimonio culturale, dal miglioramento abitativo e dei servizi pubblici, e così via. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli eventi di questi ultimi anni, caratterizzati dalla Pandemia, avevano indicato la strada giusta da percorrere suggerendo una rigenerazione che tenesse conto anche delle situazioni di densificazione e intensificazione dei luoghi, una diversa valorizzazione dei servizi ecosistemici e interscambio tra le città e le aree rurali.   </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma qualcosa è andato storto. Molti finanziamenti ed energie private si stanno perdendo nei rivoli della disconnessione semantica della progettazione veloce e senza scopo. E, così ad esempio, la sperata risoluzione del problema dello spopolamento dei paesi si è tradotta nella resurrezione e rigenerazione di pochissimi Borghi che sono stati accarezzati dalla bacchetta magica della fata fortuna dimenticando, però, che un solo castello non potrà mai salvare l&#8217;intero reame.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche in questi casi una proficua rigenerazione impone di valorizzare filologicamente l’esistente in funzione delle opportunità che si possono innescare per le persone che li abitano. Per accompagnare ciò che è stato creato dall’uomo o che madre natura ci ha donato devono essere realizzate tutte quelle infrastrutture indispensabili affinché si possa arrivare ad avere un reale e lungo sviluppo locale e non semplicemente una “prima pagina” che dura il tempo di una  sola lettura.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Invece si assiste a voli pindarici per inventarsi cose avulse che non hanno nulla in comune con la vocazione dei luoghi e delle comunità. Tentativi di progetti di rigenerazione che  si trasformano in degenerazione territoriale che avranno, probabilmente, una vita legata a qualche stagione per essere poi messe nel dimenticatoio del déja vu o della insostenibilità dei costi di gestione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C’è stato un tempo in cui per due estati hanno navigato i greci in un meraviglioso lago che è stato “lacerato” per far in modo che la barca potesse ormeggiare al cospetto di un grande anfiteatro di cemento che è riuscito ad accogliere pochi curiosi ed, oggi, solitario assiste all’unico spettacolo della desolazione ed invoca una nuova rigenerazione visto che la prima è naufragata con la barca.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per le città, invece, la rigenerazione è pensata come riqualificazione delle periferie e dei centri storici, riconversione di edifici, bonifiche, viabilità innovativa tutto immaginato in un’ottica di sostenibilità ambientale e densificazione ispirata ai nuovi e moderni parametri delle smart cities.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma la riqualificazione ha una natura complessa, non è semplicemente un progetto tecnico ed innovativo. E&#8217; una filosofia di vita, una predisposizione caratteriale. Implica lungimiranza, altruismo, coralità, generosità, competenze, condivisione, bellezza, conservazione, rappresentazione e fusione del territorio con le persone e viceversa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Trovare amministratori e tecnici che condividano tutte queste caratteristiche non è affatto semplice. Forse per questo motivo buona parte dei progetti di rigenerazione sono destinati a trasformarsi in <strong>degenerazione territoriale</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ed, allora, ci consoliamo guardando gli esempi di rara bellezza che ci vengono presentati con un foglio traslucido. Ignorando che dietro l’apparente riproduzione di bellezza si nascondono le ombre di comunità insoddisfatte. </span></p>
<p><b>Linkografia </b></p>
<p><a href="http://geolander.it/riqualificazione-urbana/"><span style="font-weight: 400;">La riqualificazione urbana tra etica e nuove soluzioni</span></a></p>
<p><a href="http://geolander.it/guida-rigenerazione-territoriale-innovativa/"><span style="font-weight: 400;">Rigenerazione Territoriale Innovativa: la prima guida italiana alla rigenerazione territoriale</span></a></p>
<p><a href="http://geolander.it/fare-e-disfare-i-luoghi-storie-di-displacement-e-placemaking/"><span style="font-weight: 400;">Fare e disfare i luoghi: storie di displacement e placemaking</span></a></p>
<p><a href="https://www.libraccio.it/libro/9788891782762/marco-dall'orso-andrea-ciaramella/sviluppo-immobiliare-e-rigenerazione-urbana-perche-alcuni-progetti-hanno-successo-e-altri-falliscono.html"><span style="font-weight: 400;">Sviluppo immobiliare e rigenerazione urbana perche alcuni progetti hanno successo e altri falliscono.</span></a></p>
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		<title>Fare e disfare i luoghi: storie di displacement e placemaking</title>
		<link>http://geolander.it/fare-e-disfare-i-luoghi-storie-di-displacement-e-placemaking/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Franc Arleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Dec 2021 15:06:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Territori]]></category>
		<category><![CDATA[displacement]]></category>
		<category><![CDATA[placemaking]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione territoriale]]></category>
		<category><![CDATA[riqualificazione dei luoghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un luogo è uno spazio i cui elementi sono intrisi di patina socio-temporale. Uno spazio che parla di persone presenti o passate. Un registro di passaggi, di tracce&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Un luogo è uno spazio i cui elementi sono intrisi di patina socio-temporale. Uno spazio che parla di persone presenti o passate. Un registro di passaggi, di tracce sedimentate.  Un luogo si può leggere e capire, ti lascia immaginare le faccende che vi accadono o che vi accadevano facendoti partecipare alla sua storia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I luoghi sono complementi umani sulla carne della terra, sono finiture, giuste conclusioni, prolungamenti della natura. I luoghi hanno odori, si lasciano annusare. Nei luoghi una finestra dialoga con la luce, un balcone con la piazza, una parete con la via, un cortile con l’ombra, il pavimento con i muri, i terrazzi con il cielo, i tetti con le nuvole. I luoghi ti invitano a restare, almeno a fermarti. Così </span><b>Alessandro D’Aloia</b><span style="font-weight: 400;"> descrive i luoghi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell&#8217;affrontare la multidimensionalità costitutiva di un luogo il progettista di politiche di rigenerazione dovrebbe esplorare ogni spazio abitato nella sua identità, nella sua storia e valutare tutte le possibilità di connessione ed integrazione tra attori, opportunità, risorse e mancanze nella prospettiva di migliorare la qualità della vita delle persone.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il </span><b>placemaking</b><span style="font-weight: 400;"> e il </span><b>displacement</b><span style="font-weight: 400;"> sono due prospettive diverse di leggere i luoghi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il placemaking cerca di fornire risposte sulla possibilità di ridisegnare l’assetto dei luoghi seguendo i bisogni dei cittadini i quali diventano veri e propri architetti dei loro posti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il displacement avviene, invece, con la rimozione coatta delle persone, costruendo nuove abitazioni ed implementando progetti di sviluppo poco inclusivi. Nei processi di di-splacement, gli abitanti subiscono queste politiche in modo passivo mentre, invece, nel caso del placemaking i processi di rigenerazione urbana vengono basati sui bisogni dei cittadini.</span></p>
<p><b>Esempi di displacement e di placemaking nella storia: Collect Pond e Hight Line</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Manhattan del 1700 era un luogo molto diverso da quella attuale: una zona incontaminata di dolci colline, alberi secolari e ruscelli che defluivano in una serie di piccoli stagni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno dei più importanti di questi stagni, alimentato da una sorgente sotterranea, era &#8220;</span><b>Collect Pond</b><span style="font-weight: 400;">&#8221; una fonte d&#8217;acqua dolce che ha dissetato i primi residenti olandesi di Manhattan. Copriva circa 50 acri ed era profondo fino a 60 piedi in alcuni punti. Collect Pond era situato appena a nord dell&#8217;attuale City Hall Park e la sua acqua era famosa per la limpidezza ed il suo sapore dolce. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Collect Pond era un’oasi di tranquillità per gli abitanti in cerca di un posto ameno per sfuggire dal centro della vita commerciale in pieno sviluppo a sud. Nella stagione calda le sue sponde diventavano luoghi per i picnic, mentre durante i giorni invernali il laghetto si trasformava in una pista sul ghiaccio per gli impavidi pattinatori. All&#8217;estremità nordorientale era sovrastato da un poggio, di circa 34 metri, chiamato Bunker Hill, da cui si apriva una vista spettacolare sul laghetto e sulla palude circostante.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nella seconda metà del ‘700 lo sviluppo commerciale cominciò a rovinare l’atmosfera bucolica di Collect Pond. Lungo le sue rive vennero costruite diverse concerie che riversavano gli scarichi direttamente nell’acqua e nella palude del laghetto che ben presto si trasformò in una discarica per carcasse di animali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1789 un gruppo di cittadini preoccupati propose &#8211; sostenuti da alcuni speculatori immobiliari interessati soltanto a fare soldi &#8211; di chiudere le concerie e convertire il Collect Pond e le colline circostanti in un parco pubblico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’amministrazione cittadina intenzionata a rigenerare il posto e prendendo atto del fatto che le acque erano ormai irreversibilmente inquinate decise d’interrare il laghetto e le paludi circostanti e costruirci sopra un nuovo quartiere di lusso in modo da attirare le famiglie benestanti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1802 il consiglio municipale decretò, pertanto, che la collina di Bunker Hill fosse rasa al suolo e il suo “terreno buono e sano” impegnato per riempire lo stagno di Collect Pond. Nel 1812 le sorgenti d’acqua dolce, che per secoli avevano placato la sete dei residenti di Manhattan, finirono, dunque, sotto terra per costruirvi residenze eleganti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non trascorse molto tempo che il materiale organico &#8211; composto dalle carcasse di animali e dalla vegetazione di Bunker Hill sepolta nel lago &#8211; cominciarono a marcire rilasciando gas metano e modificando l&#8217;assetto del terreno. Gli edifici iniziarono a spostarsi e cadere, le strade divennero fangose ​​e irregolari e, senza un adeguato sistema di drenaggio e fognatura, dalle grondaie e dai marciapiedi scorrevano liberamente escrementi umani e animali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le epidemie di tifo si diffusero copiosamente nel quartiere. Nel giro di pochissimi anni i residenti benestanti che si erano trasferiti nel quartiere abbandonarono le loro case ed il valore del patrimonio immobiliare crollò irrimediabilmente. I nuovi residenti diventarono gli abitanti più poveri della città: afroamericani e nuovi immigrati italiani e irlandesi. Collect Pond divenne il famigerato quartiere di Five Points. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1960 una parte di quello che un tempo era il Collect Pond fu trasformato in un pocket park della città ed è oggi noto come &#8220;</span><b>Collect Pond Park</b><span style="font-weight: 400;">&#8220;. Successivamente sono stati elaborati una serie di piani per rinnovare il piccolo parco in chiave paesaggistica prevedendo un piccolo laghetto evocativo della identità originaria del luogo. </span></p>
<p><b>Restando sempre a Manhattan raccontiamo un caso di placemaking che ha funzionato con la collaborazione della comunità, una rigenerazione che non è partita dall’establishment della pianificazione urbanistica, ma dalle persone che vivevano nel posto e dall’idea di uno scrittore, un pittore e un fotografo.</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1847 la città di New York autorizzò la costruzione di binari ferroviari lungo la decima e l’undicesima strada sul lato ovest di Manhattan. I binari, a livello stradale, erano utilizzati dai treni merci che trasportavano carbone, latticini e carne bovina. La strada era nota come Death Avenue per i tanti incidenti che videro coinvolti pedoni e treni, si stimò che ci fossero stati 548 morti e 1574 feriti nel corso degli anni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1934 la ferrovia fu postata su un viadotto sopraelevato che portava le merci dai centri manifatturieri e di confezionamento delle carni sopra Houston Street fino a Midtown facendosi strada attraverso diversi edifici lungo il tragitto. Quando Lower Manhattan perse il suo nucleo manifatturiero la funzione della ferrovia divenne sempre più irrilevante. Nel 1980 un treno con tre carri merci carichi di tacchini surgelati effettuò l’ultima corsa sui binari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nei vent’anni successivi il viadotto fu ufficialmente chiuso alla fruizione pubblica e la natura cominciò ad impossessarsi dei binari mentre i graffitari esercitavano la loro arte sul ferro delle carcasse dei treni e sul cemento circostante. Per la maggior parte della comunità che viveva lungo la linea ferroviaria il viadotto era naturalmente una bruttura oltre che un pericolo per la pubblica sicurezza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un gruppo di imprenditori locali fece causa alla proprietaria della rete ferroviaria Conrail per far rimuovere il viadotto. Nel 1992 la Commissione Commerciale Interstatale stabilì che i binari dovevano essere demoliti. Il dibattito su chi dovesse pagare la demolizione tenne banco per oltre dieci anni, senza soluzione. Poi, durante una riunione di quartiere, un pittore di nome Robert Hammond e lo scrittore Joshua David si ritrovarono a chiacchierare e cominciarono ad elaborare qualche idea per dare nuova vita alla sopraelevata, immaginandovi un parco pubblico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il fotografo Joel Sternfel cominciò a scattare una serie di fotografie molto belle dei binari abbandonati e nascosti tra le erbacce facendo emergere la loro potenziale bellezza. Nel giro di pochi anni il progetto, così come immaginato, sotto la direzione di una società mista pubblico-privata, raccolse milioni a sostegno della conversione e cominciò a trovare concreta realizzazione. Alla fine degli anni 90 fu aperto al pubblico il primo tratto della </span><b>High Line Park</b><span style="font-weight: 400;">, uno dei parchi urbani più creativi mai realizzati diventato nel contempo un’importante attrazione turistica per la città di New York.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Leggendo questi casi passati e quelli attuali è facile concludere che nella rigenerazione territoriale siamo ancora capaci di compiere errori che potrebbero avere conseguenze negli anni futuri, ma a differenza dei nostri predecessori adesso abbiamo gli strumenti e le strategie che possono aiutare a salvarci e porre in essere strategie creative.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Bisogna essere lungimiranti, visionari, amanti della bellezza, conformisti soltanto nel rispetto delle caratteristiche del luogo mentre per il resto coraggiosi, estremi nel prendere posizioni diverse che possono davvero portare a cambiamenti radicali capaci di rigenerare i luoghi in maniera rispettosa dell’ambiente, del futuro e delle persone che li abitano. </span></p>
<p><b>Linkografia</b></p>
<p><a href="http://geolander.it/placemaking-e-rigenerazione-urbana/"><span style="font-weight: 400;">Placemaking e Rigenerazione </span></a></p>
<p><a href="http://geolander.it/guida-green-city/"><span style="font-weight: 400;">Green City: guida alla transazione verde </span></a></p>
<p><a href="http://geolander.it/guida-rigenerazione-territoriale-innovativa/"><span style="font-weight: 400;">Guida alla rigenerazione territoriale innovativa</span></a></p>
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